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UE: Il Data Act è ora legge

Il Data Act, il recentemente implementato quadro normativo dell’Unione Europea, è ora ufficialmente in vigore, stabilendo nuove regole per l’accesso e l’utilizzo dei dati generati nei paesi dell’UE in tutti i settori economici. Questa legislazione, che entrerà in pieno effetto entro 20 mesi, l’11 settembre 2025, rivoluzionerà la gestione e la condivisione dei dati in tutta l’Unione.

Il Data Act mira a promuovere l’equità nella distribuzione del valore dei dati, stimolare la competitività nel mercato dei dati e facilitare l’innovazione basata sui dati. Tra le nuove disposizioni, vi è un rafforzato diritto di portabilità, che permette agli individui e alle imprese di copiare o trasferire agevolmente i loro dati da un servizio all’altro. Questo aspetto è particolarmente evidente quando si tratta di dati generati da dispositivi intelligenti, macchine e oggetti connessi.

Le regole del Data Act consentono agli utenti di prodotti connessi di accedere ai dati generati da tali dispositivi e di condividerli con terze parti. Questo significa che i proprietari di automobili connessi o gestori di turbine eoliche possono richiedere ai produttori di condividere dati specifici generati dall’uso di tali prodotti con servizi di riparazione o altri fornitori.

Il quadro normativo agevola anche il passaggio senza soluzione di continuità tra diversi fornitori di servizi cloud, promuovendo la concorrenza e prevenendo il blocco dei fornitori. Le aziende possono beneficiare di una maggiore flessibilità e riduzione dei costi quando spostano i loro dati tra fornitori cloud.

Il Data Act include inoltre disposizioni che proteggono le imprese europee da condizioni contrattuali abusive nei contratti di condivisione dei dati, incoraggiando così la partecipazione delle piccole e medie imprese al mercato dei dati.

Parallelamente, l’avvocato generale della Corte UE ha emesso un parere sui provvedimenti italiani riguardanti le grandi aziende tecnologiche nei servizi di intermediazione online ed e-commerce. L’avvocato suggerisce che uno Stato membro non può imporre obblighi generali a un prestatore di servizi online stabilito in un altro Stato membro, sollevando questioni di equità e trasparenza nel mercato interno. La Corte sarà chiamata a prendere una decisione sulla base di questo parere non vincolante.

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